Monzù Unicobas: assalto alla scuola. La scuola pubblica non è un bancomat. Il Governo Meloni cancella 6.974 posti e sottrae 252 milioni all’istruzione. Un altro attacco al futuro del Paese.
4.925 posti in meno nell’organico dell’autonomia, 2.049 posti in meno nel personale ATA. Totale: 6.974 lavoratrici e lavoratori in meno. E dal 2028 un risparmio per le casse pubbliche di 251,7 milioni di euro all’anno. Sono questi i numeri della nuova stretta sulla scuola contenuta nell’articolo 66 del disegno di legge di Bilancio 2027. Numeri che raccontano, meglio di qualsiasi dichiarazione ministeriale, quale sia la considerazione che questo Governo riserva alla scuola pubblica italiana.
Mentre Giorgia Meloni e i suoi ministri riempiono i discorsi ufficiali di parole come merito, eccellenza, futuro, giovani e centralità dell’istruzione, nei documenti della manovra compaiono le forbici. E non si tratta di un piccolo aggiustamento contabile: si tratta di quasi settemila posti di lavoro cancellati e di risorse sottratte a uno dei settori più importanti per la crescita civile, culturale ed economica del Paese.
La contraddizione è evidente: si proclama di voler investire sulle nuove generazioni e contemporaneamente si riduce la capacità delle scuole di accoglierle, accompagnarle, istruirle e sostenerle.
Monzù Unicobas: quasi settemila posti cancellati. I numeri non si possono nascondere
La relazione tecnica che accompagna il disegno di legge quantifica l’intervento in maniera inequivocabile:
- 4.925 posti in meno nell’organico dell’autonomia scolastica;
- 2.049 posti in meno nelle dotazioni organiche del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA);
- 6.974 posti complessivamente tagliati;
- 83,9 milioni di euro di risparmi nel 2027;
- 251,7 milioni di euro di risparmi annui dal 2028.
La riduzione scatterebbe dall’anno scolastico 2027/2028. Ma c’è un altro elemento che rende il quadro ancora più preoccupante: questi tagli non arrivano nel vuoto. Si aggiungono alle riduzioni già previste dalla legge 30 dicembre 2024, n. 207, che aveva disposto 5.660 posti in meno nell’organico dell’autonomia dal 2025/2026 e 2.174 posti ATA dal 2026/2027.
Non siamo quindi davanti a un intervento isolato, ma a una progressiva contrazione degli organici della scuola pubblica.
La domanda è inevitabile: quanto ancora dovrà perdere la scuola italiana prima che questo Governo decida di considerarla una priorità?
Docenti: meno personale significa meno qualità didattica
Tagliare l’organico dell’autonomia significa ridurre la disponibilità di risorse professionali che permettono alle istituzioni scolastiche di organizzare la propria offerta formativa.
L’organico dell’autonomia, previsto dalla legge 13 luglio 2015, n. 107, non è un numero astratto su un foglio ministeriale. Comprende risorse destinate all’insegnamento, al sostegno e al potenziamento dell’offerta formativa.
Significa poter intervenire sulle difficoltà di apprendimento, realizzare attività di recupero, contrastare la dispersione scolastica, organizzare progetti didattici, sostenere gli studenti con bisogni educativi differenti e garantire una maggiore flessibilità nell’organizzazione delle attività.
Ridurre questi posti significa restringere le possibilità delle scuole.
Le conseguenze potenziali sono concrete:
- maggiori difficoltà nell’organizzare attività di recupero e potenziamento;
- minore disponibilità di personale per interventi individualizzati;
- maggiore pressione sugli insegnanti in servizio;
- minore flessibilità nella formazione delle classi e nell’organizzazione didattica;
- maggiori difficoltà nel garantire continuità e inclusione.
Non è automatico che ogni singolo taglio produca lo stesso effetto in ogni istituto: molto dipenderà dalla distribuzione territoriale e dalle modalità applicative. Ma è evidente che ridurre le risorse professionali restringe gli strumenti a disposizione delle scuole.
E tutto questo accade in un Paese che dovrebbe investire proprio sulla qualità dell’istruzione, sulle competenze e sulla riduzione delle disuguaglianze.
Personale ATA: la scuola non funziona soltanto con le lezioni
Ancora più grave è la sottovalutazione del ruolo del personale ATA.
Collaboratori scolastici, assistenti amministrativi e assistenti tecnici non sono figure accessorie. Sono professionisti indispensabili al funzionamento quotidiano delle istituzioni scolastiche.
Senza collaboratori scolastici diventa più difficile garantire vigilanza, accoglienza, pulizia, assistenza e sicurezza degli ambienti.
Con gli assistenti amministrativi in meno aumentano i carichi di lavoro per chi deve gestire iscrizioni, fascicoli, graduatorie, pratiche del personale, contabilità e rapporti con famiglie e uffici.
Senza assistenti tecnici si indebolisce il funzionamento dei laboratori, delle attrezzature e delle infrastrutture tecnologiche.
Pensare di poter ridurre 2.049 posti ATA senza conseguenze significa non conoscere, o fingere di non conoscere, la realtà quotidiana delle scuole.
Chi pagherà il prezzo di questa scelta? I lavoratori rimasti in servizio, sui quali ricadranno ulteriori responsabilità e carichi di lavoro. Gli studenti, che rischieranno di trovare ambienti meno presidiati e servizi meno efficienti. Le famiglie, che si confronteranno con istituzioni scolastiche sempre più sotto pressione.
La scuola non è soltanto ciò che accade durante un’ora di lezione. È una comunità complessa, che funziona grazie al lavoro quotidiano di tutte le professionalità che ne fanno parte.
Il prezzo lo pagheranno soprattutto gli studenti più fragili
C’è un aspetto che non può essere ignorato: i tagli agli organici non colpiscono tutti allo stesso modo.
Le scuole che operano in territori economicamente svantaggiati, nelle periferie, nelle aree interne e nei contesti sociali più complessi hanno bisogno di maggiori risorse, non di minori disponibilità di personale.
Gli studenti che incontrano difficoltà di apprendimento, quelli con disabilità, quelli che necessitano di interventi personalizzati e quelli esposti al rischio di abbandono scolastico hanno bisogno di una scuola capace di investire tempo, competenze e professionalità.
La riduzione degli organici rischia di indebolire proprio gli strumenti che consentono di garantire l’uguaglianza delle opportunità.
L’articolo 3 della Costituzione stabilisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
L’articolo 34 afferma che la scuola è aperta a tutti.
Sono principi costituzionali che non si esauriscono nel consentire formalmente a un ragazzo di entrare in un edificio scolastico. Impongono di costruire condizioni reali affinché ciascuno possa apprendere, crescere e sviluppare le proprie capacità.
Una scuola con meno personale non è necessariamente, in ogni circostanza, una scuola che viola la Costituzione. Ma una politica che riduce sistematicamente le risorse senza dimostrare come intenda tutelare la qualità dell’offerta formativa e l’uguaglianza delle opportunità deve rispondere di una responsabilità politica enorme.
Monzù Unicobas: il paradosso del Governo Meloni, si parla di merito, ma si tagliano le condizioni per garantirlo
Il Governo Meloni dovrebbe spiegare agli italiani come intenda conciliare la retorica del merito con una progressiva riduzione delle risorse umane della scuola.
Il merito non si costruisce con gli slogan. Si costruisce garantendo a ogni studente insegnanti preparati, personale sufficiente, laboratori funzionanti, ambienti sicuri, sostegno adeguato e opportunità formative concrete.
Non si può chiedere agli insegnanti di fare sempre di più, ai collaboratori scolastici di coprire sempre più servizi, agli assistenti amministrativi di gestire carichi crescenti e ai dirigenti di garantire standard elevati con risorse progressivamente ridotte.
Non si può continuare a chiedere alla scuola di supplire alle carenze sociali, economiche e territoriali del Paese mentre la politica ne restringe gli strumenti.
E soprattutto non si può considerare un successo economico il risparmio ottenuto riducendo migliaia di posti di lavoro in un settore che dovrebbe rappresentare uno degli investimenti strategici dello Stato.
Risparmiare 251,7 milioni di euro all’anno sulla scuola non è una medaglia da appuntarsi al petto. È una scelta politica che deve essere spiegata ai lavoratori, agli studenti e alle famiglie.
La lezione della “Buona Scuola”: Renzi dovrebbe aver insegnato qualcosa
C’è un precedente storico che il Governo Meloni dovrebbe ricordare.
Nel 2015, la riforma denominata La Buona Scuola, voluta dal Governo Renzi e approvata con la legge n. 107 del 2015, provocò una mobilitazione straordinaria del mondo dell’istruzione.
Il 5 maggio 2015 si svolse uno sciopero generale della scuola con la partecipazione di docenti, personale ATA e studenti. Le proteste coinvolsero le principali città italiane e rappresentarono una delle più importanti mobilitazioni del comparto scolastico degli ultimi decenni.
Renzi lasciò Palazzo Chigi dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sarebbe storicamente scorretto attribuire la caduta del suo Governo esclusivamente alla protesta contro la Buona Scuola, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il peso politico del conflitto apertosi con il mondo dell’istruzione.
La lezione dovrebbe essere chiara: la scuola non è un terreno sul quale qualsiasi Governo può intervenire ignorando lavoratori, famiglie e studenti senza incontrare una forte opposizione.
Meloni e Valditara dovrebbero tenerlo bene a mente.
La scuola merita investimenti, non nuove sforbiciate
La scuola pubblica italiana ha bisogno di stabilità occupazionale, organici adeguati, investimenti, valorizzazione professionale e risorse per affrontare le trasformazioni sociali e culturali.
Ha bisogno di una politica che consideri l’istruzione un investimento strategico e non una voce di bilancio sulla quale intervenire ogni volta che occorre recuperare risorse.
Il Governo deve ritirare questa misura, aprire un confronto vero con tutte le organizzazioni sindacali, non solo quelle firmatarie di contratto e presentare un piano di rafforzamento degli organici.
Non bastano le celebrazioni della Giornata della scuola, le fotografie nelle aule e le dichiarazioni di circostanza. Servono scelte concrete.
Perché ogni posto tagliato è una risorsa professionale in meno. Ogni servizio indebolito è una difficoltà in più per una comunità scolastica. Ogni euro sottratto senza un progetto alternativo è un’occasione di crescita che rischia di essere perduta.
La scuola non è un costo da comprimere. È il luogo in cui si costruisce il futuro della Repubblica. E un Governo che sceglie di ridurne gli organici e le risorse deve assumersi fino in fondo la responsabilità politica e istituzionale delle proprie decisioni.
Per chiarezza: i 6.974 posti sono quelli dell’ulteriore intervento previsto dalla manovra 2027, non il totale delle riduzioni già disposte negli anni precedenti.
Leggi l’articolo: Unicobas: avviato il ricorso per i docenti precari per il recupero delle ferie non godute
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